"An Index of Undesirable Elements": personale di Shadi Harouni

    La galleria Tiziana Di Caro ospita la prima mostra personale in Italia di Shadi Harouni (Hamedan, Iran, 1985, vive e lavora a New York), intitolata An Index of Undesirable Elements (Un indice di elementi indesiderati), che inaugura sabato 25 marzo, 2017 alle ore 19:00, nella sede della galleria a Napoli in Piazzetta Nilo, 7. Nel suo lavoro Shadi Harouni utilizza diversi mezzi, la scultura, il video, l'incisione, la scrittura, la fotografia. I temi che sviluppa sono radicati nella storia dell'Iran, suo paese di origine; spesso si serve della parola per connettere questa storia con una esperienza universale legata alla perdita, alla repressione, alla guarigione e all'audacia. Il suo lavoro riguarda la politica dello spazio e dello sguardo, e la tensione tra l'atto di rivelare e quello di occultare. Spesso evoca la relazione tra la pienezza e le cavità, la tensione a nascondere e il desiderio di rivelare.

    An Index of Undesirable Elements (Un indice di elementi indesiderati) si apre con una scritta al neon non funzionante. L'opera rievoca un'insegna dimenticata, relativa ad un negozio di una città di provincia in Iran. Scritta in Farsi, essa cita il nome del popolare Primo Ministro iraniano, Mosadegh, un simbolo di speranza e progresso, spodestato nel 1953 attraverso un colpo di stato organizzato per volontà dei servizi segreti americani e britannici. La scritta però non è totalmente illuminata e la luce evidenzia solo una parte del nome, ovvero la desinenza "degh" che in Farsi significa morto di strazio. La mostra continua con una serie di cinque monotipi, selezionati da una più ampia serie. Le forme astratte ed eteree pressate sulla carta sono radicate in eventi e documenti d'archivio iraniani. Evocano racconti e persone, così come ambienti, paesaggi, monumenti. Rimandano alla storia di oggetti segreti creati per ri evocare ciò che non c'è piu. Ognuna è accompagnata da un testo scritto in prima persona, che funziona sia come narrazione che come commentario. Qui, il peso della politica è mescolato col poetico, facendo emergere toccanti temi, alla base dei quali troviamo un tentativo persistente di cancellare la storia, scansare il progresso, impedire il ricordo. Un elemento scultoreo situato sul pavimento ci conduce nell'ultima sala dove è proiettato il video "I Dream the Mountain is Still a Whole". Ambientato nell'isolato paesaggio di una cava nelle montagne del Kurdistan, il video mostra la narrazione in prima persona di un uomo che si impone come figura di resistenza politica dei valori degli individui emarginati dalla società. La natura monumentale di questo lavoro contrasta con un altro presentato come una miniatura. Qui il pretesto della narrazione è un'assurda partita di calcio giocata nel deserto roccioso, per la quale l'artista stessa si presta come raccattapalle. La presenza di questa donna sulla scena diventa esilarante, dal momento che i giocatori sono al contempo divertiti e imbarazzati dalla sua faticosa performance. La leggerezza del gioco smorza la rassegnazione dei protagonisti del progetto, che sono costretti a vivere in esilio, privati della loro vera vita, al fine di sopravvivere per rimanerne i testimoni.

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