“In punta di piedi” in scena al Nuovo Teatro Sanità

Sabato 16 febbraio (ore 21) va in scena, in data unica, al Nuovo Teatro Sanità “In punta di piedi”, drammaturgia e regia di Francesca Macrì e Andrea Trapani, quest'ultimo anche interprete dello spettacolo. Il monologo narra la storia di un ragazzo e della sua ossessione, che è poi l'ossessione di un'intera generazione. Il lavoro teatrale si costruisce su tre elementi: Firenze, l’adolescenza e il calcio. Il tutto è ambientato negli anni Ottanta: anni della marcatura a uomo, dei duelli corpo a corpo e dei numeri sulle maglie a fissare ruoli ben precisi, anni in cui lo sport più seguito al mondo non si era ancora consegnato ai riflettori accecanti della spettacolarizzazione. “In punta di piedi”, primo lavoro teatrale della compagnia Biancofango, vuole raccontare attraverso il teatro, il calcio, come simbolo, rito e metafora dell’esistenza umana.

Info e prenotazioni al 3396666426 oppure all'indirizzo e-mail info@nuovoteatrosanita.it. Costo del biglietto intero 12 euro, 10 euro il ridotto (per under 25 e over 65).

“In punta di piedi” accende i riflettori sul gioco del calcio, ma si tratta di un gioco diverso da quello di oggi: un calcio che ha l’odore delle partite nei piazzali sotto casa, giocato con i palloni sgonfi o con le lattine vuote, sui campetti di terra secca, dove crescono pochi fili d’erba, dove i pochi spettatori sono i propri genitori. È una domenica mattina qualunque, in un qualunque campetto della periferia toscana. Mastino vorrebbe giocare, ma il mister lo relega, come sempre, al ruolo di panchinaro. A diciotto anni fuori dal calcio spesso può voler dire fuori dal giro, il giro giusto, che ti fa sentire parte di un tutto, a scuola come a passeggio per i quartieri della città. Dalla panchina, Mastino guarda la partita, dialoga con il mister, parla di sé e del suo eterno rivale, quel numero 11 in campo come nella vita: Golgòl, soprannominato così per la sua abitudine a ri-calciare il pallone una volta entrato in rete. Questo giovane fantasista è il simbolo di tutta la sofferenza di Mastino, perché è tutto quello che lui, a diciotto anni, non riesce ad essere. I minuti scorrono uguali, ogni domenica, fino a quando l’arrivo di una ragazza non stravolge la consuetudine, spingendo Mastino a disobbedire al mister, pur di entrare in campo, per giocare la sua partita, una volta per tutte.

Il gioco del calcio in teatro diventa simbolo, rito capace di unire migliaia di corpi in una sola e unica anima. In un’intervista su L’Europeo, nel 1970, Pasolini dichiarava: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci». Ma con il passare del tempo, qualcosa in questa ritualità si è persa. Il potere delle televisioni e dei mass media ne ha deturpato la genuinità e gli anni Ottanta hanno immortalato la parabola finale di un calcio ritualizzato. Questa ritualità vive ancora nel teatro, ogni sera, come si legge dalle note di regia: «Così, come i difensori di una volta avevano lo sguardo annebbiato dalle spalle degli attaccanti, in questo spettacolo mi sono nascosto dietro i fantasmi del mio passato. Ho cercato di non perderli, li ho marcati a uomo, mi sono stupito ancora una volta del loro respiro, sono riuscito ad evitare almeno i tunnel e forse per la prima volta ho giocato la mia onesta partita. Solo adesso che il lavoro è finito, posso voltarmi e, con occhi liberi dal sudore e dalle immagini con cui a lungo ho palleggiato prima di lasciarle partire, mi ritrovo con un quadro vuoto, da riempire ogni sera e con un corpo che lotta fino all’ultimo respiro, perché non ne resti solo la cornice».
 

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