Presenza di start-up innovative: Campania quinta regione in Italia

Istituto per la Competitività: “Campania quinta in Italia per numero di start-up. La pressione fiscale elevata, insieme ai ritardi nei pagamenti, compromette la capacità di attrarre gli investimenti”

La Campania è la quinta regione in Italia per presenza di start-up innovative: nel 2018 erano 733, pari al 7,6%  di quelle presenti sul territorio italiano e al 30,9% di quelle attive nell’area meridionale. Negli ultimi anni il numero di nuove start-up è cresciuto a ritmo sostenuto. Considerando quelle campane, la maggior parte sono concentrate a Napoli che, da sola, ne accoglie il 45,5%. Seguono Salerno con il 24% e Caserta con il 16%. Tuttavia, se rapportiamo questi dati alla popolazione provinciale, Benevento sale in testa alla classifica con 183 start-up per ogni milione di abitante, seguita da Salerno e Caserta. Sono questi alcuni dei numeri principali che emergono dal rapporto dell’Istituto per la Competitività (I-Com) dal titolo “L’economia della Campania e i rapporti tra le amministrazioni territoriali e le imprese” curato dal presidente dell’istituto Stefano da Empoli e dal direttore dell’Area istituzioni Gianluca Sgueo.

Dal rapporto I-Com emerge come la percentuale di investimenti in ricerca e sviluppo sia ancora bassa, l’1,2% del prodotto interno lordo regionale. Numeri superiori alla media del Mezzogiorno (0,9%), ma più bassi di quella nazionale (1,4%). A investire di più in R&S sono le imprese con il 43% e le università pubbliche e private con il 40, mentre gli enti pubblici non universitari destinano alla ricerca solo il 14%. 

Inoltre, la Campania è una delle regioni che nell’ultimo decennio ha più sofferto di crisi industriali. Su un totale di 345.000 stabilimenti – che rappresentano il 7,8% delle imprese attive in Italia – 3.359 tra il 2012 e il 2018 sono stati costretti a fare ricorso alla cassa integrazione, in molti casi straordinaria (Cigs). Questi dati sono confermati dall’indice di sofferenza di impresa elaborato dall’istituto: a fronte di una media italiana che si attesta al 5,5%, l’indice campano si avvicina al 6%.

Il rapporto si focalizza, poi, sul ruolo dei distretti industriali e dei poli tecnologici che in un tessuto produttivo composto da piccole e medie aziende come quello italiano contribuiscono ad attenuare la frammentazione del settore imprenditoriale. Con 7 distretti industriali, uno agricolo e 2 poli tecnologici, la Campania si posiziona al secondo posto — subito dopo la Puglia — tra le regioni meridionali. I distretti ricoprono un ruolo fondamentale anche nel commercio estero: l’export distrettuale ha un peso rilevante su quello totale, soprattutto in determinate regioni come, ad esempio, Toscana, Trentino Alto-Adige e Veneto. Nonostante il calo di quasi un punto percentuale registrato nel 2017, anche la Campania con il 29% supera la percentuale media italiana che si attesta al 26%.

Il rapporto fa anche il punto della situazione sulla capacità della regione di attrarre investimenti stranieri. La performance campana non è tra le migliori su scala nazionale ma in valori assoluti e per peso demografico primeggia tra le regioni del Sud.  Nel dettaglio, 175 imprese partecipate estere sono attive in Campania, pesando l’1,4% sul totale delle 12.768 presenti in Italia. Questi dati dimostrano le profonde difficoltà della regione non solo nell’attrarre investimenti, ma anche nell’inserimento delle proprie multinazionali nelle catene del valore internazionali. Delle 13.824 multinazionali italiane all’estero, solo 309 sono campane e per questo la regione si posiziona all’undicesimo posto della classifica, dopo la Liguria e prima dell’Umbria. L’elevata pressione fiscale e il ritardo nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione contribuiscono a rendere il territorio poco attraente per gli investitori stranieri da un lato e non del tutto consono per la nascita e lo sviluppo di imprese innovative dall’altro. L’aliquota Irap al 4,97% è la più alta tra le regioni del Sud. Diversamente avviene per le addizionali regionali per le quali la Campania, come la maggior parte delle regioni del Mezzogiorno, applica un’aliquota unica al 2,03% per tutte le fasce di reddito. Il Comune di Napoli ha invece stabilito per le addizionali comunali la soglia di esenzione nella misura di 8.000 euro e l’aliquota di compartecipazione dell’addizionale Irpef allo 0,8%. L’imposizione fiscale è dunque del 2,83% e fa posizionare la Campania al primo posto con il più alto livello di tassazione tra le regioni meridionali. E’ seguita da Calabria, Molise e Abruzzo. La più virtuosa, invece, la Sardegna.

Infine, lo studio si sofferma sulla situazione dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione. In linea con le regioni del Sud, la Campania provvede al pagamento delle fatture con un ritardo medio di 62 giorni, a fronte di quello nazionale che si aggira intorno ai 31 giorni. Ancora una volta le rilevazioni più soddisfacenti vengono dagli enti della pubblica amministrazione sarda che addirittura pagano le fatture entro 27 giorni, ossia con 3 giorni di anticipo rispetto alla scadenza. Record negativo dunque per la Campania che ha saldato solo il 34,7% delle fatture ricevute e si posiziona ultima tra le regioni del Mezzogiorno.

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