Palazzo Piacentini, più noto come “Palazzo del Banco di Napoli”

In via Toledo, l'edificio fu costruito nel 1939 come ampliamento di Palazzo San Giacomo: all'epoca il suo atrio era tra i più grandi del mondo con oltre 40 sportelli

Foto di Chiara Di Martino

Chiunque sia passato per via Toledo sarà rimasto colpito dalla maestosità del Palazzo Piacentini, più noto come Palazzo del Banco di Napoli. La sua costruzione, nell’aspetto attuale, risale al 1939, in piena epoca fascista, quando l’architetto Marcello Piacentini progettò l’ampliamento del Palazzo dei Ministeri del Regno dei Borbone, costruito nel 1819 da Stefano Gasse, insieme agli architetti Antonio De Simone e Vincenzo Buonocore, su un'area che precedentemente ospitava il monastero della Concezione, una zona ospedaliera e la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli. Nel Palazzo San Giacomo si trovava infatti la sede del Banco di Napoli (già Banco delle Due Sicilie): il primo passo del nuovo progetto fu separare la sede della banca da quella del Municipio, collegandole con una galleria coperta da un’originale struttura in ferro e vetro, una delle prime costruite in Europa.

La costruzione della nuova sede fu decisa in occasione dei quattrocento anni dalla fondazione del Banco (l’Istituto che oggi conosciamo come Banco di Napoli, di origini cinquecentesche, dai primissimi anni del XIX secolo fu elevato da Ferdinando IV alle funzioni di Banco di Corte: la nascita dell’istituzione, sorta dall’attivazione in città di un Monte di Pietà, si data intorno al 1539) e per attuarla fu necessario demolire la parte settentrionale di palazzo San Giacomo, dove aveva sede l'Intendenza di Finanza, e la gran parte della galleria del Gasse. Piacentini arretrò leggermente l’edificio rispetto a quelli vicini (tra cui Palazzo Zevaglios Stigliano) proprio per ampliarne l’aspetto monumentale. In un primo momento fu ipotizzata anche la creazione di una piazza antistante di forma rettangolare, che però avrebbe comportato la demolizione di un’area dei Quartieri Spagnoli.

La facciata di via Toledo fu costruita in seguito, con la scalinata e i cinque portali d’ingresso sormontati da archi che vediamo oggi: l’inaugurazione avvenne il 9 maggio del 1940 alla presenza di Vittorio Emanuele III. Il basamento, su cui si aprono due ordini di finestre quadrate e rettangolari, è realizzato in marmo grigio. La fascia superiore presenta al centro dei finestroni rettangolari con archi, mentre nella sezione laterale troviamo, in basso, una finestra rettangolare e, in alto, un bassorilievo. L’aspetto complessivo del Palazzo fu completato negli anni Ottanta, quando l’architetto Nicola Pagliara aggiunse alcuni arredi lungo via Toledo come fioriere, vasche, sedili in ottone e marmi policromi.

L’atrio, scandito da quattro colonne di granito rosso che raggiungono i 9 metri di altezza, ospita al centro una vetrata artistica: all’epoca della sua realizzazione era considerato il più grande tra quelli esistenti negli istituti bancari di tutto il mondo e consentiva l’allineamento di ben quaranta sportelli per le operazioni. L’interno è incentrato intorno al grande salone a tripla altezza, chiuso da un lucernario che dà luce all’intero ambiente, di ben mille metri quadrati di superficie, al cui centro spiccano ancora oggi due tavoli, ricavati ciascuno da un unico blocco di marmo. Particolare importanza assumono gli ambienti del secondo piano dell'edificio, tra i quali spicca il salone delle assemblee con i suoi finestroni e il rivestimento con marmi provenienti dall'Etiopia. Il Palazzo ospita alcuni dipinti della seconda metà del XVIII secolo raffiguranti Maria Carolina, regina di Napoli, e Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, oltre a un arazzo raffigurante Diana Cacciatrice, opera di John Vanderbank, alcuni pregevoli dipinti e acquerelli ottocenteschi, e soprattutto una vasta tela di Luca Giordano raffigurante il Ratto di Elena.

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