Il sound africano raggiunge Napoli: cosa c’è dietro il nuovo album de “La maschera”

Sono undici i brani contenuti nel nuovo album dal titolo “Parco Sofia”. L'intervista

Foto Concilio

Undici i brani contenuti nel nuovo album dal titolo “Parco Sofia” che arriva a pochi anni dal primo successo della band “O vicolo e l’alleria”.

“Proviamo a cantare insieme le canzoni e vediamo che succede!”. E’ iniziata così la carriera musicale di “La maschera”, uno dei gruppi più apprezzati e conosciuti nel panorama della musica indipendente campana. Dopo il successo del primo album “O vicolo e l’Alleria” pubblicato nel novembre del 2014 che ha consacrato il talento del gruppo, “La maschera” pubblica “Parco Sofia”: undici brani che raccontano storie, raccontano Napoli e non solo. Dalla formazione della band ai progetti “di domani”: Roberto Colella, frotman del gruppo, musicista (di 30 strumenti) e cantautore, si racconta a Napoli Today.

Dalla formazione della band alla scelta del nome. Come nasce “La maschera”?

“Quando ho conosciuto Vincenzo (trombettista ndr) scrivevo canzoni per conto mio, lui mi ha incitato a suonarle in pubblico, abbiamo fuso le due cose, poi abbiamo iniziato a cercare altri contatti e così sono arrivati Marco, Eliano, Morlando… Ed eccoci qua. La scelta del nome è dipesa da una passione che ho sempre avuto, un “ingrippo”: quello di disegnare maschere.

Le canzoni, invece. Da dove viene l’ispirazione per la scrittura delle parole prima ancora che per la musica?

“Non ho mai capito come succede, ogni volta lo dimentico: arriva l’ispirazione e poi resto a dannarmi in attesa che arrivi di nuovo e appena ritorna lascio tutto e mi metto a scrivere, colgo l’attimo. Ho anche comprato un libro per capirne di più sull’ispirazione ma no, non c’è niente da fare, non lo hanno capito neppure i più grandi cantautori mondiali. Oltre le parole poi c’è un lavoro di perfezionamento che segue alla scrittura”.

Che differenze ci sono tra “O vicolo e l’Alleria” e “Parco Sofia”?

Sicuramente una differenza di sound. In Parco Sofia c’è un’influenza africana che nel primo album non c’era grazie all’amicizia con LayeBa e al mio viaggio in Senegal. Per la scrittura dei testi, ripeto, è un ancora un mistero, un “fatto intimo”. Le differenze ci sono soprattutto nelle storie perché se nel primo album ho avuto a disposizione una vita intera da raccontare, nel secondo album solo due anni e mezzo, quindi mi sono rifatto a storie che appartengono all’infanzia, perché no anche storie interiori, favorendo il passaggio tra storie esterne e storie interne.

Le vostre canzoni lanciano messaggi importanti anche riguardo tematiche sociali, siete spesso di fronte a platee di giovanissimi. Com’è il vostro rapporto con loro?

Il rapporto con i giovani per noi è molto importante. Da due anni incontro i ragazzi delle scuole medie e superiori nella “giornata dello studente”, con loro parlo di tematiche importanti e con loro c’è un confronto continuo. Una delle nostre canzoni ad esempio, La confessione, è stata anche inserita in un libro universitario, una grande soddisfazione per noi. Del resto anche io mi sento ancora uno studente, forse non smetterò mai di imparare e di studiare, come Sonny Rollins che all’età di 88 anni studia ancora. Penso che chi ferma la ricerca di sè stesso sta perdendo qualche pezzo, per questo mi piace avere a che fare con gli studenti, si crea un’interazione tra l’aspetto comico e l’aspetto serissimo.

E’ prematuro parlare di un nuovo lavoro discografico a pochi giorni dall’uscita dell’ultimo album ma cosa c’è nel futuro musicale di “La maschera”?

C’è l’idea di tornare in Senegal ma anche quella di andare in Sud Africa e in Sud America, in Argentina per esempio e creare qualcosa con la loro musica, la loro gente. Sarebbe fantastico. 

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