Marco D’Amore: “La scommessa più grande è far vedere L’Immortale a chi non ha mai visto Gomorra”

L’attore e regista campano racconta la genesi del film, progetto di crossover totalmente inedito, ma soprattutto, si prepara a incontrare il suo pubblico che ha tanto atteso il ritorno di Ciro Di Marzio

Questa è la settimana di Ciro Di Marzio ‘L’Immortale’. E’ vivo e dal 5 dicembre dalla tv fa il grande salto al cinema in un mese come quello di dicembre che generalmente è destinato ai film natalizi dove la concorrenza è altissima. Ma per Marco D’Amore e per tutto il team del film L’Immortale essere il film outsider del Natale stimola ancora di più il sapore di questa ambiziosa avventura iniziata prima ancora che i fan di Gomorra vedessero Genny Savastano premere con dolore quel grilletto e che adesso è nella fase determinante nello scoprire come il pubblico accoglierà un film tanto atteso che va ben oltre lo spin off.
Sì, perché L’Immortale, diretto e interpretato da Marco D’Amore, si pone soprattutto come un autentico esperimento crossmediale mai fatto prima d’ora, ossia, realizzare un film che faccia da ponte tra le due stagioni di una serie, cosa che non ha nessun precedente nella storia della serialità e del cinema. Del resto la cosa che ha sempre conquistato di Gomorra-La serie è stata proprio l’incredibile capacità di intessere e strutturare il racconto puntando sempre verso l’innovazione e L’Immortale è figlio di questo processo creativo che in qualche modo ha coinvolto sempre di più D’Amore facendo venire fuori ancora di più la sua vena autoriale: " Io mi sono sentito sempre più autore che attore e a un certo punto della vita si fanno sempre i conti con la propria natura che emerge sempre di più. Quando affronto un personaggio in un taccuino prendo appunti su di lui, creando una storia parallela e così è accaduto anche quando ho iniziato a lavorare per la prima volta su Ciro, creando un insieme di memorie indispensabili per la nascita di questo film", racconta D’Amore.

Il segreto di Marco e de L’Immortale

Partendo proprio da quei diari scritti da Marco per entrare in connessione con un personaggio così freddo, calcolatore che ha scelto di azzerare qualsiasi sentimento e slancio verso il bello. Attraverso questo dialogo immaginario con Ciro hanno convinto D’Amore a non chiudere completamente la storyline di questo personaggio (al tempo è stata una decisione dello stesso D’Amore uscire dal cast della serie), ma dargli nuova linfa. Ecco che Marco va da Riccardo Tozzi della casa di produzione di Cattleya per raccontargli l’idea, un modo che creasse un dialogo tra tv e cinema. Cattleya insieme a Vision Distribution decidono di scommettere sul progetto. Ecco che in gran segreto inizia la nuova vita cinematografica di Ciro Di Marzio, cosa che nessuno sapeva neanche suo fratello Giuliano che è il manager di D’Amore: Con il senno di poi tante sono chiare le frasi sibilline rilasciate dallo stesso D’Amore nei mesi precedenti proprio durante la promozione di Gomorra IV avendo diretto due episodi segnando il suo debutto alla regia.

Ciruzzo e la ricostruzione della Napoli anni ‘80

Mentre è in bilico tra la vita e la morte si apre uno squarcio ben definito legato a un giorno, il 23 novembre del 1980 con l’incredibile scossa di terremoto. Ciro è piccolissimo, è nato il 2 novembre, giorno dei morti, è l’unico superstite della palazzina che crolla. Per metà del film c’è l’infanzia di Ciro nella Napoli degli anni del post terremoto per raccontare l’ascesa agli inferi di Ciro, come è diventato quel orfanello l’uomo gelido, l’arrivista criminale del presente senza scrupoli. Attraverso l’uso dei flashback che nella serie non sono mai stati utilizzati si costruisce la parabola di questo antieroe che, come ribadisce D’Amore anticipando così anche risposte alle possibili critiche che Gomorra da anni fronteggia, è un condannato: "Essere Immortale non è un dono, bensì una condanna. La morte sarebbe stata una pacificazione per lui. La sua pena è scontare la vita in terra, non avere riparo né salvezza dal male provocato. Ormai non può più cambiare rotta".
In quei flashback c’è la Napoli Nord dal dialetto slangato dove Ciruzzo a nove anni e muove i primi passi nel contrabbando di sigarette che in quegli anni non solo ha rappresentato un grande indotto criminale ma per moltissime famiglie napoletane il contrabbando ha significato sopravvivenza. Per Ciruzzo che non ha famiglia tutto inizia da lì. "Ovviamente, Ciro è diametralmente opposto da me, anzi, all’inizio non riuscivo a trovare nessun punto di contatto con lui. E quando scrivevo di lui su quei diari, sono partito proprio a scrivere del Ciro bambino. C’è da dire che io e il personaggio di Ciro abbiamo la stessa età per cui anch’io avevo 9 anni alla fine degli anni ’80, quindi, c’è tanto dei miei ricordi su quel periodo", spiega Marco.

Marco D’Amore il desiderio di essere regista

Si può dire che Marco D’Amore non ha mai nascosto la sua predisposizione ad andare oltre il mestiere d’attore. Anche sul set della serie è sempre stato più vicino possibile alla troupe e ha sempre contribuito a dare stimoli creativi. L’Immortale è la sua prima regia cinematografica ma non è la prima sceneggiatura che ha contribuito a scrivere Un posto sicuro film che ha anche prodotto, ha sceneggiato Dolcissime delicata commedia di Francesco Ghiaccio cosceneggiatore anche de L’Immortale, e in teatro primo amore dov’è nato come attore e che non abbandonerà mai dirigendo nel 2016 American Buffalo tratto da Mamet. Ma cosa ha rappresentato per lui dirigere al cinema L’Immortale?  "Dirigere la serie ti dà uno sguardo ampio perché si è inseriti in una macchina gigantesca, dove ci si può confrontare anche con gli altri registi. Quando si dirige un film è diverso. Avendo co sceneggiato e anche interpretato L’Immortale mi sono trovato una serie difficoltà che non avrei potuto superare senza un fantastico gruppo di professionisti che mi hanno supportato e hanno messo il loro talento a servizio del film. Ma soprattutto hanno messo amore e come me non si sono mai accontentati volendo fare sempre meglio, dandomi anche delle indicazioni quando sbagliavo".
Quando gli si chiede se probabilmente lascerà l’attorialità per dedicarsi completamente alla regia nicchia: "Io ho sempre pensato a raccontare storie. Mi focalizzo di più sull’origine del racconto. La cosa che mi interessa è imbarcarmi in un progetto e capire di volta in volta qual è il ruolo in cui porterei dare valore aggiunto, che sia dietro o davanti alla cinepresa. Scrivere, produrre e dirigere mi dà la possibilità di fare quel che mi appassiona di più: raccontare una storia. Forse in futuro, chissà, potrei essere sempre meno interprete, in effetti".

Ciro Di Marzio, il personaggio più shakespeariano di Gomorra

Girato in sette settimane tra Napoli e nel Nord Europa, precisamente a Riga, dove c’è il Ciro fuggiasco di oggi sopravvissuto ancora una volta completamente trasformato, pronto ad affrontare una nuova guerra di fazioni. E’ tormentato votato a una vita che non fa sconti. Sicuramente non ne fa D’Amore al personaggio che l’ha reso noto e che benedice di aver incontrato nella sua carriera perché Ciro Di Marzio ha lo spessore dei grandi personaggi creati da William Shakespeare: "È un essere umano totale, conflittuale, tridimensionale. A mio avviso, ha la potenza dei grandi protagonisti della letteratura teatrale come l'Amleto o lo Jago di Shakespeare, il Caligola di Camus", dice Marco descrivendolo in tutte le sue sfumature.

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La scommessa di portare al cinema chi non ha mai visto Gomorra

Marco D’Amore è sorridente, gioioso, anche in questo diverge dall’indole cupa di Ciro. Al contrario di Ciro che decide di vivere senza affetti, Marco non può farne a meno staccandosi da Caserta e dalla sua famiglia solo per motivi di lavoro. E’ elettrizzato dal fatto che tra meno di due giorni incontrerà il pubblico, finalmente scoprirà le reazioni che avrà al ritorno di Ciro. Tra poche ore sarà già a Sorrento alle Giornate Professionali di Cinema per l’anteprima de L’Immortale e il 5 dicembre giorno dell’uscita sarà anche al Metropolitan di Napoli per salutare il pubblico. Soprattutto, Marco D’Amore vuole vincere la forte scommessa di portare al cinema coloro che non hanno mai visto al cinema Gomorra. Il film infatti strutturato anche per chi non ha mai visto nemmeno una puntata. E da uomo competitivo a cui non piace perdere è questa la scommessa che vuole vincere perché gli spettatori scopriranno una vicenda umana avvincente, piena di conflitti e crudelmente universale.

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