“Cinque canzoni nuove”: elettronica e cantautorato nel nuovo ep dei Mal d'Archive

Il nuovo lavoro del trio campano composto da Felice Acierno, Emiliano Esposito e Pasquale Napolitano, arriva due anni dopo il precedente “Raccolta”: la recensione

Raccogliere, conservare, archiviare. Quell'impulso – timore di perdere frammenti di sé e poi compulsione – che Derrida ha chiamato mal d'archive, è anche nome e bussola del progetto musicale cui si deve l'ep "Cinque canzoni nuove".

Il disco dei Mal d'Archive, trio campano composto da Felice Acierno, Emiliano Esposito e Pasquale Napolitano, arriva due anni dopo il precedente “Raccolta”, ed è nella sua essenza un'opera cantautoriale, o per meglio dire da chansonnier. Porta avanti in cinque brani un discorso coerente – sull'amore e sul tempo, più che su altri temi comunque presenti – eppure frammentato ed attraverso punti di vista sovrapposti. Così come è musicalmente definito, ma non facilmente definibile.

In un caleidoscopio di rimandi verbali, compositivi e sonori, le “Cinque canzoni nuove" spaziano infatti tra estremi di cultura popolare e non in un itinerario apparentemente impossibile, eppure documentato con disinvoltura e – dettaglio forse inedito – senza presunzione: tra Lucio Battisti e Carlo Emilio Gadda, David Bowie e Autechre, Radiohead e Pier Paolo Pasolini, Depeche Mode e serie tv, campionamenti di momenti indefiniti ma significativi, chitarre acustiche, armoniche, rhodes, suoni sintetici astratti e suggestioni synthwave, glitch ritmici o batterie sincopate.

Preghiere per l'estate, Le cose succedono, La mélodie du fer, Dondraper e Song of Norway sono canzoni scolpite strato dopo strato fino ai dettagli più profondi, mai fini a loro stesse, mai con gusto barocco. Compongono un disco sorprendente e inatteso, da ascoltare (su Bandcamp o su Spotify) assolutamente e a prescindere dalle proprie preferenze di genere e dal qui e ora.

Cinque canzoni nuove”, traccia per traccia

Cinque canzoni nuove” inizia con la lunga intro di Preghiere per l'estate, chitarra e detuned pad ad accompagnare un assolo di rhodes decostruito. Quasi un manifesto d'intenti per i minuti a venire. Il brano – tra i più orecchiabili del disco – è quasi recitato, e diventa ironicamente più arioso e melodico proprio nel ritornello, quando quella che potrebbe essere la “supplica” per un'esistenza meno violentemente alienata lascia spazio all'eventualità della resa. Anche il bridge anticipa parte di quanto ancora ascolteremo nelle canzoni successive: un cupo arpeggio di synth bass ed un altrettanto scuro cambio di tonalità spezzano l'atmosfera, così come lo spiazzante “slow-restart” della ritmica.

Un caldo arpeggio di chitarra porta a Le cose succedono, 3/4 scattered su di un tappeto di drone bit-reduced in cui lontani synth analogici si intersecano brillantemente al cantato. Forse la canzone meglio scritta del disco, tre minuti di malinconia perfetta, di sommesse quotidiane e ripetute frustrazioni.

La mélodie du fer è invece il brano più elettronico del disco, con un'anima quasi trip-hop intrisa di eteree atmosfere in crescendo. Un rarefatto e incoerente sogno distopico, in cui un mantra in francese si sovrappone alla melodia principale in italiano. Tra assoli di batteria processati e spoken word distorti, pad in reverse e arpeggi sintetici, è complessa quanto riuscita.

Rumori di fondo, rallentamenti improvvisi di una marcia incerta nell'incedere (“e bevi a piccoli sorsi...”) quanto probabilmente nella destinazione, Dondraper rappresenta non soltanto a parole una sorta di presa di coscienza dell'omonimo protagonista di Mad Men. Il riferimento televisivo – interessante anche perché dedicato ad uno dei personaggi più controversi e meglio scritti degli ultimi anni – cede comunque rapidamente il passo ad un brano la cui valenza è invece universale. La coda, in cui chitarra e synth aprono, tra delay e risonanze space, ad un veloce ritmo sincopato di batteria acustica, è il momento in assoluto più intenso di “Cinque canzoni nuove”.

A chiudere splendidamente il lavoro dei Mal d'Archive è l'electro ballad Song of Norway. Un brano per il quale esplicitarne i riferimenti – alcuni evidenti, altri meno – farebbe, probabilmente, torto al livello altro e alto cui questi sono stati portati. Una piccola perla, forse (relativamente) più semplice delle altre “canzoni nuove”, ma proprio alla luce di questo interessante quanto le altre se non di più.

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