San Biagio Maggiore, la chiesa che ha dato il nome alla strada dei librai

San Biagio Maggiore oggi è sede della Fondazione intitolata a Giambattista Vico, il filosofo che qui fu battezzato

Foto di Chiara Di Martino

È una chiesa piccolissima eppure il culto che l’ha vista nascere è antico e diffuso in tutto il mondo, nel Sud Italia in particolare: la seicentesca chiesa di San Biagio Maggiore, nel cuore del centro antico, si trova nel punto in cui si incrociano via San Gregorio Armeno e via San Biagio dei Librai (che proprio dall’edificio religioso ha preso il nome). San Biagio è protettore degli infermi di gola e oggetto di una vivace devozione popolare che si divulgò soprattutto grazie alle monache armene che, arrivate a Napoli durante la lotta iconoclasta verso le immagini, nel VII secolo portarono con sé le reliquie del santo (tra cui il suo cranio). Del culto del Santo si ha notizia in moltissimi paesi: dall’ex Iugoslavia alla Germania, da Costantinopoli a Canterbury. Caratteristici sono i riti per la sua festa, che cade il 3 febbraio: si benedicono i cibi e la gola con due ceri incrociati per ricordare le istruzioni che il santo diede alla madre di un bambino guarito.

Prima della sua fondazione, ad opera del cardinale Francesco Boncompagni, l’area ospitava le riunioni dei nobili del Seggio di Nilo, sotto l'antico portico di San Gennariello. La chiesa fu costruita nel 1631 per ospitare le reliquie del Santo accanto a quella di San Gennaro all'Olmo, unendo l'antica cappella di San Biagio e la sagrestia di San Gennaro. Furono proprio i librai attivi nella zona, riuniti in una Confraternita (alla quale apparteneva anche Antonio Vico, libraio e padre del grande filosofo Giambattista, nato in un palazzo poco distante e battezzato proprio qui, a San Biagio Maggiore), a prendersi cura a lungo dell’edificio: al suo interno erano custoditi l’antica statua del Santo – poi trasferita nella vicina chiesa dei Santi Filippo e Giacomo - e il monumentale altare maggiore, opera di un artista ignoto. Nella chiesa sono conservate anche le ceneri del medico Aurelio Severino, morto per curare gli appestati. Del busto argenteo, trafugato e rivenduto a un orefice, fu ritrovata solo la testa.

L'edificio confina con il maestoso palazzo Marigliano che fu di Bartolomeo di Capua, principe della Riccia e progettato da Giovanni Donadio, detto il Mormando. La chiesa è rimasta chiusa per lungo tempo e riaperta solo nel 2007, con notevoli lavori di restauro, grazie alla Fondazione Giambattista Vico, voluta da Gerardo Marotta e presieduta da Vincenzo Pepe, che l'ha scelta come sede. La facciata esterna è molto semplice: intonaco bianco con una finestra e una targa che ne ricorda la storia, e un portale seicentesco in pietra di piperno. L'interno presenta una semplice aula stretta e lunga, di modeste dimensioni e che ha, come unica fonte di luce, la finestra del prospetto.

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