Guerra di camorra a Scampia, Paolo Chiariello: "Non si è mai fermata"

Il giornalista a NapoliToday: "Pensare di scardinare il sistema mafioso del narcotraffico solo con l'arma della repressione credo sia una favoletta che non possiamo raccontare nemmeno ai bambini"

Paolo Chiariello

Ricomincia la guerra di camorra a Scampia e Secondigliano: ancora morti per il controllo del business della droga che frutta milioni di euro. Torna periodicamente alla ribalta il quartiere delle "Vele" per il sangue versato nelle strade, per alcuni si tratta di una celebrità da far west, ma la verità è che alle spalle c'è un sistema intricato, complesso e marcio, fatto di illegalità e valori sovvertiti, che va scardinato a partire dalle sue fondamenta, attraverso "le opportunità": il lavoro, l'accessibilità ai servizi, la cultura e una presenza costante delle istituzioni.

Di questa ennesima faida, di cosa ci si deve aspettare, di come l'argomento è affrontato da certi media e di quali sono gli interventi da mettere in campo per scardinare il sistema e destrutturarlo a partire dalla base, ne abbiamo parlato con il giornalista Paolo Chiariello, corrispondete della Campania per Skytg 24 e cronista sempre "in trincea", che racconta la nostra realtà con lucidità e passione nei momenti di luce come in quelli bui.

Ancora morti a Scampia e Secondigliano. Nuova faida, vecchia storia? Che cosa sta succedendo e cosa è prevedibile aspettarsi?
Purtroppo non c’è nessuna novità in quello che sta accadendo tra Secondigliano e Scampia. La faida di camorra per il controllo del business milionario della cocaina non si è mai fermata. Ci sono periodi di stasi, fasi di non belligeranza che le famiglie mafiose utilizzano per serrare i ranghi, organizzare nuovi traffici, far calare l’attenzione dei media (e purtroppo anche dell’apparato repressivo dello Stato che evidentemente si ciba di servizi giornalistici di denuncia) e poi organizzare un nuovo assalto alla diligenza, che nel nostro caso sono i fortini della droga, le piazze di spaccio o chiamiamole come ci pare sapendo però che ci riferiamo ad interi caseggiati, piccoli rioni, dove tutti sanno che l’unica economia che dà pane e companatico a quasi tutti si chiama narcotraffico. Quando dico Oasi del Buon Pastore, Sette Palazzi, Vela Celeste, Case dei Puffi e potrei andare avanti per molto ancora, sappiamo che non sono segni distintivi della toponomastica del quartiere ma piazze di spaccio di cocaina, eroina, kobret etc etc. Per capire di che cosa stiamo parlando, per comprendere che cosa significa l’espressione “qui lo Stato non c’è”, occorre andarci, vedere con i propri occhi. Io l’ho fatto, con le forze dell’ordine ovviamente, e posso dire che è un cancro che va estirpato prima che infetti l’intera città.

Accuse di spettacolarizzazione del fenomeno da parte della stampa, arrivate da intellettuali o pseudo tali. Hai scritto “Per alcuni di questi (b)analisti dei miei stivali Scampia e Secondigliano sono un set cinematografico dove poliziotti e carabinieri assieme ai giornalisti fanno spettacolo o avanspettacolo. Ma lo spettacolo della droga sequestrata tutti i giorni, delle armi trovate ovunque e degli omicidi efferati eseguiti dappertutto gli intellettuali antimafiosi (b)analisti non li vedono. Sono orbi, da quell'occhio non ci vedono. Vedono solo le divise cattive e i giornalisti che osano dire che la camorra spara e uccide a Secondigliano, a Scampia e altrove”.
C’è un altro male che sembra incurabile come il cancro camorra, è quello che io definisco il “benaltrismo” professato dagli intellettuali (b)analisti che lontano da Napoli pontificano e sputano sentenze su questi quartieri senza averci mai messo piede. Per loro qualunque cosa accada, qualunque cosa si faccia, comunque la si faccia, c’è sempre “ben altro che si può e si deve fare per Scampia”, “c’è ben altro che la stampa e la magistratura e la polizia dovrebbero fare per spiegare e fermare la faida di camorra”. Nelle loro argute (b)analisi trovi sempre scritto che “c’è ben altro da fare”. Guai a fargli la domanda: ma che cosa occorrerebbe fare? Incespicano, tartagliano, svicolano, fanno sociologia e poi ti dicono che non è compito loro dire che cosa occorre fare per far sì che Scampia e Secondigliano o altri quartieri della periferia di Napoli possano essere normali. Non sto a fare nomi perché a me non piace gettare la croce addosso a nessuno e poi credo che in alcuni casi questi (b)analisti cercano solo pubblicità. Non ho da fare alcuna difesa d’ufficio corporativa dei giornalisti e credo di non essere così stupido da non vedere che spesso certa stampa e certa televisione, come gli intellettuali (b)analisti, indugiano o si servono della spettacolarizzazione del fenomeno camorra e tentano di ridurre un’intera città, interi quartieri alla Gomorra romanzata di Saviano. Ma se qualcuno pensa che lo spaccio, il controllo del territorio da parte dei camorristi, la presenza di armi ovunque, la scia di sangue cui stiamo assistendo siano fenomeni di avanspettacolo o cabaret messo in scena da giornalisti e uomini in divisa allora vuol dire che facciamo finta di non capire la gravità della situazione o peggio ancora la nascondiamo.

Secondo la tua esperienza di cronista sempre presente sul nostro territorio, da dove bisognerebbe partire per scardinare il sistema? Eliminare, ad esempio, in modo definitivo le famose “piazze di spaccio” è possibile?
Un giornalista ha il dovere di raccontare una realtà, leggerla con gli strumenti culturali a disposizione, spiegarla con trasparenza, obiettività. Scampia, Secondigliano e tanti altri quartieri della periferia di Napoli soffrono pene indicibili per il traffico di droga. Pensare di scardinare il sistema mafioso del narcotraffico solo con l’arma della repressione credo sia una favoletta che non possiamo raccontare nemmeno ai bambini perché non ci crederebbero. Servono opportunità, serve lavoro, servono occasioni, serve far conoscere alla stragrande maggioranza di chi vive in queste zone che i valori della legalità, della moralità, della civiltà, della vita sono quelli che ti consentono di sbaragliare il campo ai signori della morte, della droga. Le istituzioni a Scampia come a Secondigliano o altre consimili realtà non hanno fatto il loro dovere. Potrei scrivere l’elenco delle cose promesse e mai realizzate (Università, Stadio, Cittadella della Polizia, Agraria e via di questo passo) oppure raccontare tutto quello che è stato fatto e poi lasciato marcire ma sarebbe un esercizio retorico che nulla aggiungerebbe a quello che già sappiamo. La verità è che lo Stato, in tutte le sue articolazioni, dovrebbe battere un colpo e schierarsi in campo accanto a chi da anni fa nel silenzio battaglie di civiltà e legalità, organizza la speranza: associazioni, scuola, chiesa.


Traffico di droga, business dei rifiuti, gestione di intere fette di mercati insospettabili. Gli affari della malavita sono ormai una rete complessa e molto estesa. Credi che oggi ci sia una reale volontà politica di combattere fino in fondo il malaffare?
Se non credessi nell’esistenza di questa volontà politica di contrastare con ogni forza qualunque forma di crimine, sarei già scappato all’estero, in un Paese civile.