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Visite gratis, appalti e truffe: così il clan controllava il Don Bosco

 

Visite specialistiche a comando, accesso ai farmaci, controllo di appalti, forniture e assunzioni, truffe alle assicurazioni. L'inchiesta della Procura di Napoli sulla cosiddetta Alleanza di Secondigliano ha proiettato sull'Ospedale Don Bosco ombre inquietanti. Dall'ordinanza appare chiaro il controllo del clan Contini su tutte le attività del presidio ospedaliero. Un controllo che, leggendo le dichiarazioni dei pentiti e le intercettazioni, sembra essere avvenuto con la collaborazione del personale medico.

A mettere in pratica le ingerenze del clan sarebbero stati Vincenzo Botta e lo zio Angelo Botta, secondo gli inquirenti affiliati ai Contini. E i rapporti con i dottori appaio inequivocabili già in una telefonata tra un medico dell'ospedale e Vincenzo, con il primo che chiede al secondo un immediato intervento perché “...in due lo volevano picchiare”.

Per ricevere una visita specialistica senza attesa e senza pagare il ticket bastava rivolgersi al clan. Come successo a Raffaella Botta, figlia di Salvatore, ritenuto dalla procura una figura di spicco del clan e attualmente in carcere. “Mi vuoi prendere un appuntamento per giovedì con il dott. X?” chiede la donna che verrà ricevuta, poi, il giorno dopo presentandosi come “...la nipote di Angelo”.

Un'altra donna si rivolge ai Botta per un esame e la risposta è la stessa: “Vai e digli che sei la nipote di Angelo”. Ulteriori elementi emergono dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Giuseppe e Teodoro De Rosa, vicini ai Contini e gestori del bar/ristorante all'interno del Don Bosco. Per Giuseppe “Salvatore Botta era un portantino ma comandava su tutte le decisioni, finanche su apertura e chiusura dei reparti, anche, se necessario, picchiando i sindacalisti".

Teodoro De Rosa parla di un sistema rodato e complesso con “...appalti a ditte vicine ai clan con la compiacenza di direttori sanitari. Ci sono medici che hanno prestato soccorso a feriti d'amra da fuoco che non dovevano risultare ufficialmente in ospedale”

Un capitolo a parte meritano le truffe assicurative. E' ancora Teodoro De Rosa a sostenere che un medico del Don Bosco fosse anche titolare di un'agenzia di assicurazioni. Il clan portava clienti all'agenzia e, in cambio, il medico avrebbe prodotto finti certificati per le truffe.

A tutto questo, bisogna aggiungere il controllo criminale delle ambulanze e il fatto che invece di pagare i ticket, gli utenti sponsorizzati dal clan pagavano una quota ai parcheggiatori abusivi che li conducevano direttamente in ambulatorio.

E' doveroso specificare che il lavoro della Procura continua e che, al momento, nessun dipendente dell'Ospedale Don Bosco risulta indagato.

Al netto di ciò, la testimonianza più allarmante è quella resa il 13 settembre 2016 ai magistrati dal collaboratore di giustizia Mario Lo Russo: “Il Don Bosco è in mano ai Contini come noi facevamo con gli ospedali delle nostre zone, al Policlinico, e come i Cimmino al Cardarelli. Una divisione degli ospedali che è stata realizzata molti anni fa”.

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