Monica e Ivano: un amore felice, poi la disoccupazione. “Abbiamo tre figli, aiutateci”

Hanno 33 e 35 anni, e nonostante i tre bambini sono da gennaio senza un tetto. Lui era operaio alla Fiat di Pomigliano. "La nostra era una vita meravigliosa, poi è cambiato tutto"

Ivano e Monica

La storia di Monica e Ivano, una coppia di Pomigliano d'Arco senza casa né lavoro ma con tre figli a cui badare, è di quelle che danno la misura della crisi che sta attraversando il Paese ed il mezzogiorno in particolare. Lo scorso gennaio lei, sfrattata, minacciò per disperazione di lanciarsi dal tetto dell'edificio in cui abitava. Da allora notti in auto e in tenda sotto al Municipio, tante promesse da parte delle istituzioni, pochi fatti. L'abbiamo intervistata.

Monica, ci sono novità sul vostro caso? È cambiato qualcosa nelle ultime settimane?
Abbiamo trovato un appartamento a Pomigliano, l'abbiamo aperto e occupato. È una soluzione d'emergenza, si tratta di un'abitazione abbandonata che non ha porte né servizi igienici. La notte, per non avere freddo, dobbiamo coprire le finestre con dei cartoni: non ci sono i battenti.
Ci manca tutto, comunque. Non sappiamo cosa mangiare, siamo andati alla Caritas a chiedere della pasta e molto spesso per le cose essenziali ci aiutano le persone a noi più vicine. Ma quando non hai neanche due euro in tasca ed i bambini ti dicono che hanno fame, non sai cosa rispondergli.

Ancora nessun lavoro, né per te né per tuo marito?
Niente, al momento neanche a giornata. A luglio Ivano ha dato una mano in un trasloco, due giorni consecutivi per 50 euro. Viviamo con il sussidio per i tre figli, essenzialmente. Sono 800 euro circa, che arrivano ogni sei mesi, a gennaio ed a luglio. Per me sono una ricchezza, erano i soldi che usavo per avere un tetto. Adesso non bastano più neanche per prendere in affitti un appartamento.

Torniamo un po' indietro, a quando le cose andavano ancora bene. Da quando siete sposati tu e Ivano? Lui lavorava, giusto?
Stiamo insieme dal 2000, sono 14 anni che siamo sposati. Allora Ivano lavorava come elettricista. Io avevo 19 e lui 21. Abitavamo in una casa a Pomigliano, l'affitto costava 180mila lire al mese e lui guadagnava intorno alle 35mila lire al giorno. Insomma, si riusciva ad andare avanti dignitosamente. Poi, nel 2006, Ivano fu assunto alla Fiat di Pomigliano: fu un vero colpo di fortuna, eravamo felicissimi. Ce ne andammo dal monolocale in cui stavamo e ne affittammo uno più grande, dato che ora avevamo un secondo bambino. La nostra era una vita meravigliosa.

E poi qualcosa è andato storto.
Poi la svolta, la sospensione e il licenziamento, in 15 giorni, di mio marito. Era il 2007. Avrebbero dovuto dargli sei mesi di aspettativa, aveva due figli, ma niente. È questa la ragione per cui siamo in causa con la Fiat da maggio di quell'anno, ma è un processo infinito. Sono cambiati cinque giudici e non si arriva alla sentenza.

Da allora sono passati sette anni.
Abbiamo cambiato sei case, tre a Pomigliano, due a Cisterna, ed un'ultima a Pomigliano, quella dal tetto della quale mi stavo gettando. Siamo andati via perché morosi, o quando non c'era il contratto semplicemente per non avere problemi con i padroni di casa. Il lavoro non c'è. Potevamo di volta in volta rinviare il problema della casa, ma avevamo comunque bisogno di soldi per mangiare. Io ebbi l'ultimo figlio, e per i neonati servono molti soldi. Mio marito ha lavorato anche per 20 euro al giorno.

I bambini, che ora so hanno 13, 10 e 5 anni, come hanno vissuto questa vicenda?
Malissimo, nonostante siano stati per la maggior parte del tempo dai miei, dai loro nonni. Il piccolo ha compiuto da poco cinque anni, e non si rende ancora bene conto. Per lui in realtà dormire in posti sempre diversi è quasi un gioco, si diverte. Invece sono molto preoccupata per quello di 10 anni, mi sta bagnando il letto dalla scorsa estate. L'anno prossimo dovrebbe andare in prima media e non sa scrivere, non sa leggere, è come se questa vicenda lo avesse traumatizzato.

Possibile che nessuno abbia risposto ai vostri appelli fin qui? Avete scritto al presidente della Repubblica, a Berlusconi, avete dormito in auto a pochi passi dagli uffici del sindaco di Pomigliano...
Napolitano ci ha risposto, il 24 settembre scorso in una lettera ci veniva comunicato che il nostro caso sarebbe stato preso in consegna dagli enti istituzionali preposti. Ma quali? Il Comune? Il sindaco a gennaio ci disse “datemi del tempo”, ma quanto tempo? Aspettavamo, e lui nel frattempo dava case ad altre persone, a chi ne aveva meno bisogno di noi. Ci furono assunzioni tra gli ausiliari del traffico, mio marito si rese disponibile, ma niente. Eppure il Comune per quelle mansioni decise di assumere proprio degli ex lavoratori della Fiat. Devo credere a questo punto che il sindaco ce l'abbia con noi: dormivamo per protesta in tenda sotto al Municipio, sono stata lì con mio marito per 12 giorni; lui entrava ed usciva dal palazzo con gli occhi bassi, senza rivolgerci una sola parola, come se non esistessimo. In un'intervista lo chiamai “sindaco fantasma”, se lo sarà legato al dito. È una questione personale ormai.

Il sindaco Russo però quando parla del vostro caso dice sempre di avervi presentato delle soluzioni, ma che voi le avete rifiutate.
Sì, ci ha proposto due “tetti”, però quando ne parla dovrebbe anche spiegare di cosa si trattava. Il primo era un un garage: si apriva una serranda e c'era uno stanzone dove avremmo dovuto dormire. In un angolo c'era un buco dove magari avremmo potuto mettere un water.
L'altra proposta invece era in un dormitorio dei carabinieri. Una stanza di neanche tre metri per due dove avrei dovuto allestire delle cuccette. Attenzione, non era una soluzione abitativa, lì avremmo solo potuto dormire perché non c'era una cucina, non c'era nulla. Viene usato per i carabinieri in trasferta, che lì ci passano la notte. Ma se avessi dovuto fare del latte ad un bambino, la notte? Tra l'altro cinque letti non c'entravano. Entrò con noi la municipale, che ne mise a verbale l'inagibilità per un nucleo familiare di cinque persone.
Insomma: dovevo rifiutarle per forza, i miei figli ne sarebbero rimasti traumatizzati. Erano proposte per toglierci dai piedi. “Meglio la strada?”, chiedeva il sindaco. Ma se fossero state case a malapena decenti non le avrei mai rifiutate. Abbiamo una dignità, abbiamo tre figli.

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