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Verso il 18 maggio, gli imprenditori del centro storico: "Regole troppo stringenti"

Bar, ristoranti e pizzerie del centro di Napoli gli esercizi messi più in difficoltà dai dispositivi di sicurezza anti-covid: "A queste condizioni inutile riaprire"

 

Il centro storico di Napoli potrebbe non essere più lo stesso. La crisi economica che ha seguito quella sanitaria legata al Coronavirus ha imposto la chiusura di serrande che, forse, non verranno mai più riaperte. C'è più paura che entusiasmo tra i commercianti della città, che contano i metri quadrati dei propri negozi per capire come fare a seguire le tante disposizioni inserite nei decreti di Governo e Regione. 

Sono i bar e i ristoranti gli esercizi più in difficoltà. In centro, i locali sono piccoli, raccolti, i clienti mangiano uno accanto all'altro. Un adagio che non si sposa con l'emergenza Covid. Il distanziamento a 1 metro imporrà ai gestori la drastica riduzione dei coperti. "Io passerò da 55 coperti a meno di 15 - racconta Giovanni Improta, titolare della storica pizzeria Dal 22 della Pignasecca - con questi numeri non c'è alcuna possibilità di pareggiare i costi di gestione". 

Un pensiero condiviso anche da un altro pizzaiolo storico della zona, Attilio Bachetti della Pizzeria Da Attilio: "Non ho ancora deciso se riaprire. Già con l'asporto ci sto perdendo, se apro il locale con le distanze di sicurezza potrei allestire solo una 12-13 posti: perderei ancora più soldi e non potrò pagare i miei dipendenti". 

Si sentono soli e spaesati i commercianti. Non sanno a chi rivolgersi per comprendere quali sono i margini di movimento tra le maglie delle decine di decreti approvati dall'inizio dell'emergenza: "Ciò che ho percepito parlando con gli esercenti è la loro sensazione di isolamento - afferma Marcello Cadavero, assessore della II Municipalità - Credo che non ci sia ancora la reale percezione del disastro economico a cui stiamo andando incontro. In questo momento non sappiamo neanche se i clienti risponderanno alla riapertura, cioè se vorranno frequentare i locali con queste restrizioni. Senza considerare che da tempo il centro storico di Napoli poggiava la sua economia sul flusso turistico, oggi inesistente".

Anche l'ipotesi di occupare gratuitamente il suolo pubblico non convince tutti: "Il mio locale è in via Egiziaca a Pizzofalcone - dichiara Rosario Piscopo - una strada strettissima, dove non è immaginabile mettere tavoli all'esterno". Tra gli imprenditori c'è chi attende da tre mesi gli aiuti del Governo: "Stiamo aspettando la cassa integrazione - dice Rosario Sensibile, titolare di un locale a Chiaia - non è arrivato ancora un euro e, intanto, abbiamo anticipato noi qualcosa ai nostri dipendenti. Nella mia zona, molti locali rischiano di chiudere definitivamente". 

Qualcuno avanza l'ipotesi che, forse, i ristoratori non avrebbero dovuto spingere per la riapertura: "Dovevamo puntare a ripartire con una situazione di ritorno alla normalità - sostiene Salvatore Russo delle Trattorie Napolinotte - e, nel frattempo, chiedere un aiuto allo Stato per i fitti e le utenze. Aprire in queste condizioni può rappresentare solo un ulteriore costo".

Più paure che entusiasmo, mentre si cerca di sanificare i locali seguendo le norme non capite fino in fondo neanche da chi deve farle rispettare: "Ho il timore che questa emergenza abbia cambiato il centro di Napoli per sempre - spiega Bianca Verde, consigliera della II Municipalità. I piccoli imprenditori sono sommersi dai debiti, dovuti soprattutto ai fitti altissimi che hanno continuato a pagare anche restando chiusi. Ho paura che molti non riapriranno mai più". 

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