Nuovi napoletani

Nuovi napoletani

Ernestine, da 23 anni in Italia ma con il cuore rivolto al suo villaggio in Madagascar

A Napoli sono nati i suoi due figli ma lei non dimentica i tanti bambini che muoiono per la povertà estrema delle zone interne dell'isola

Immaginate le spiagge bianche del Madagascar. Il mare cristallino, le palme, le riserve naturali incontaminate. I resort di lusso, persino i simpatici animali del cartone della Dreamworks. Bene, adesso dimenticate tutto. Perché tutto quello che avete immaginato di questa splendida isola africana non lo troverete ovunque su quel territorio. Anzi. Alla bellezza e allo sviluppo delle coste si contrappone la situazione completamente diversa nelle zone interne. La sabbia diventa rossa e si trova ovunque, anche lì dove dovrebbero esserci strade asfaltate per collegare le decine di villaggi rurali ai principali centri abitati. Lì dove il mare non bagna il Madagascar arriva la povertà. Niente corrente elettrica e rete idrica. L'acqua si prende dai pozzi che vengono scavati o va presa direttamente alla sorgente dopo chilometri di viaggio a piedi. Gli stessi che ci vogliono per raggiungere un barlume di civiltà e per passare dai villaggi alle città.

Da uno di questi proviene Ernestine, da 26 anni a Napoli e partita da Ankafotra Avaratra a sette chilometri di distanza dalla cittadina di Antsampandrano. Nel 1993 ha 23 anni e fa l'insegnante in una scuola elementare nel suo paese natale. Fino a quando non incontra dei volontari italiani. Loro le spiegano che in Italia una collaboratrice domestica guadagna molto di più di lei che insegna. Potrebbe continuare a farlo in Italia, magari insegnare francese. Così nasce in lei la voglia di venire qui. Riesce a ottenere il primo visto per arrivare a Milano per poi spostarsi a Verona dove alcuni volontari possono ospitarla. Dopo appena 15 giorni avviene il suo incontro con Napoli. La moglie di un volontario proveniente dallo Sri Lanka lascia il suo lavoro a Napoli come collaboratrice domestica e la famiglia dove lavora cerca una sostituta.

Ernestine decide di venire in città e cominciare a lavorare. È un'opportunità per mettere soldi da parte e aiutare la propria famiglia, ma non è facile. I primi tempi non esce mai di casa e la lingua è l'ostacolo principale. Le parla malagasi e francese come seconda lingua ma qui non bastano. In città non conosce nessuno e le uniche persone del Madagascar che sa vivano in zona sono a Sorrento, troppo distanti e non le incontra mai. Piano piano, però, comincia ad ambientarsi e a imparare la lingua. La aiutano le suore dove frequenta un corso d'italiano e così le cose vanno meglio. Poi, quando si sente sicura, un corso di mediatore culturale che le permette di cambiare lavoro e di dedicarsi ai fratelli africani che arrivano a Napoli. Trova lavoro come operatrice sociale in un centro ma soprattutto arrivano le due cose migliori che le ha regalato Napoli: i suoi figli. Adesso hanno 24 e 17 anni. Il maschio studia ingegneria informatica ed è vicino alla laurea. La ragazza, invece, è al quarto anno dell'istituto alberghiero. Ha quello che ha sempre sognato e se l'è guadagnato con anni di sacrifici. Le resta però un chiodo fisso. La situazione che si è lasciata alle spalle e che l'ha convinta a venire a vivere qui continua a preoccuparla. Non ci dorme la notte.

«Quando torno in Madagascar e vedo la differenza, il modo in cui vivono, la miseria che sono costretti a patire, mi sento male. I bambini soffrono la fame e muoiono per le malattie che qui guariamo con dei medicinali comuni. Vivono senza acqua e corrente elettrica e i pochi che provano ad andare a scuola non riescono a stare attenti per la fame. Per raggiungere il centro urbano più vicino, Antsampandrano, devono fare sette chilometri a piedi lungo strade sterrate dove i mezzi pubblici non possono arrivare. Lì vivono ancora i miei tre fratelli. Uno di loro ha anche provato a venire in Italia ma poi è tornato indietro. Un altro vive in città ma la differenza è minima. Anche lì la corrente è arrivata da poco. Quando sono partita era uno dei paesi più poveri al mondo e dopo più di vent'anni è rimasto così. Non voglio stare senza fare nulla».

Così ha deciso di fare qualcosa di concreto per aiutare il suo villaggio. Ha messo su un progetto per mandare aiuti umanitari lì. Medicinali, cibo, vestiti e tutti i generi di prima necessità. Per anni ha provato a cercare qualcuno che potesse aiutarla a realizzarlo ma purtroppo in quei villaggi non arrivano nemmeno le Ong. Deve andare e portare tutto lei di persona ma ha bisogno di qualcuno che la aiuti dall'Italia. «Ho sempre provato a realizzare questo progetto ma ho trovato tante porte chiuse. Fino a quando non ho trovato Inclusione Alternativa che per la prima volta mi sta dando una mano a realizzarlo. Sono passati cinque anni dall'ultima volta in cui sono andata in Madagascar e ci tornerò in primavera. Resterò per un mese e avrò modo di capire realmente cosa serve, come organizzare le spedizioni e a chi affidarle sul posto».

Finalmente Ernestine potrà fare qualcosa per le persone che ha lasciato lì in quel villaggio di poche anime portando un sorriso a quei bambini che vivono con la pancia gonfia solo d'aria. «A Napoli mi trovo bene, sono a mio agio e anche i miei figli vivono bene qui. La maggior parte dei napoletani ha un innato spirito d'accoglienza anche se ultimamente con l'ex ministro Salvini le cose sono un po' cambiate. I miei ragazzi sono venuti in Madagascar e si sono resi conto che vengono da una realtà diversa e rimangono scioccati. Il più grande fa fatica a tornarci. Io provo sempre a far capire loro che sono stati fortunati a nascere a Napoli».

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