Nuovi napoletani

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Abrar: aiuto-cuoco in Italia con una laurea in Economia in tasca

Napoli lo ha accolto con un'aggressione da parte di una baby-gang. Sogna di avere i documenti per iniziare la sua attività online

Abrar fa piccoli lavori in città a Napoli. Sta tornando a casa dal ristorante dove gli danno 15 euro per 12 ore di lavoro. È stanco e percorre corso Umberto per arrivare nella sua abitazione. Una stanza dove vive con altre quattro persone a piazza Garibaldi. È quasi arrivato quando arriva un gruppo di una decina di ragazzini. Uno di quei ragazzini che qualche volta si diverte a darti uno schiaffo dietro alla testa sfrecciando con lo scooter, o a spruzzarti lo spray urticante negli occhi. Così solo perché sei straniero. Abrar in pochi mesi a Napoli ci ha fatto l'abitudine ma stavolta sembra diverso.

Uno di loro si avvicina e comincia a chiamarlo “bangla”. Abrar risponde istintivamente di essere del Pakistan ma sa benissimo che non è una questione di paese di provenienza. Così decide di non rispondere più, china la testa e prova a continuare a camminare. Trascorrono pochi secondi e gli arriva il primo colpo con una mazza dietro alla testa. Decide di resistere e di provare a scappare. In Pakistan ha fatto arti marziali a buon livello ma reagire in questo caso non è un'opzione. Sono ragazzini e se fa male a uno di loro per difendersi finisce che chiamano la polizia e si trova nei guai. Non può permetterselo. Così prova a scappare ma arrivano velocemente anche gli altri. Hanno tutti delle mazze, alcuni da baseball, e cominciano a colpirlo. Si fermano solo quando non può più muoversi ed è necessario andare in ospedale. Lì aspetta 10 ore prima di essere visitato. Poi arriva la prognosi del medico: deve stare cinque giorni in osservazione ma lui non se lo può permettere. Non può perdere il lavoro. Poi le denunce alla polizia il riconoscimento fotografico dopo un mese e di persona dopo tre mesi. Riesce a riconoscere uno dei ragazzini ma è tutto relativo. «Non ho paura di camminare per le strade di Napoli. Il giorno dopo ho rifatto esattamente la stessa strada. Quello che ti resta è l'umiliazione. Devi reprimere te stesso. Vorresti reagire ma non puoi permettertelo».

È questo il benvenuto che Napoli ha dato ad Abrar. A 43 anni e una laurea in Economia, lavora come aiuto-cuoco al Vomero per dieci ore al giorno, nessun giorno di festa se non quando chiude il ristorante. Le cose adesso vanno meglio per lui, è riuscito a trovare un'altra casa a Montesanto dove vive con un amico ma l'impatto con Napoli non è stato per nulla facile. E pensare che si trova in Italia per caso. Doveva andare a vivere in Polonia. Partito da Sialkot, nella regione del Punjab in Pakistan, aveva un biglietto per Varsavia con scalo a Roma. Quando è arrivato in Italia si è però subito reso conto di non potersi più muovere da qui perché non aveva i documenti necessari. «Non ho scelto io di venire in Italia, è stata l'Italia che ha scelto per me».

Così comincia la sua vita nel nostro Paese nel 2018. Contatta un amico che vive ad Acerra che lo ospita fino a quando non trova la sua prima sistemazione a piazza Garibaldi dove ci resta per nove mesi. In Pakistan non aveva problemi economici e lavorava nella produzione delle attrezzature in pelle dei motociclisti. Decide di lasciarlo per problemi familiari. Con un profilo da manager e un inglese ricercato si trova improvvisamente in una stanza con altre quattro persone e senza un lavoro. Vorrebbe provare ad aprire l'attività in cui è qualificato ma non può nemmeno provare a farlo online visto che non ha un documento d'identità. Non può quindi aprire un conto in banca. Niente di niente. Deve ripartire da zero, in attesa che gli arrivino i documenti. Così inizia a fare tutti i lavori più umili. Lavora in un ristorante, poi in un altro fino al 26 febbraio 2019 quando viene aggredito da una baby gang. Non è la prima aggressione che subisce e non sarà nemmeno l'ultima, ma è sicuramente la più grave.

«Vedo spesso molti ragazzini che lo fanno ancora. Non è facile per uno straniero vivere qui. Quando arrivi hai una cultura diversa, non conosci la lingua e molte persone credono che tu sia venuto qui per occupare il loro territorio. È difficile economicamente e socialmente. Poi nel mio caso, nessuno è disposto a dare un lavoro a una persona sopra i 40 anni nonostante abbia delle skill importanti. Si aiutano i ragazzi più giovani». Allora decide di cambiare casa e trasferirsi a Montesanto e ci riesce anche grazie al lavoro che svolge ancora attualmente al Vomero. La svolta per lui potrebbe arrivare solo dall'ottenimento del permesso di soggiorno. È già comparso a ottobre dinanzi alla commissione e deve attendere la risposta.

«Spero mi diano i documenti perché senza non posso fare nulla. Aprire un conto o andare in un'Asl. Con i documenti sono sicuro di riuscire a far partire la mia attività online». Nel frattempo però non farebbe mai venire i suoi familiari qui in Italia. Ha una moglie e tre figli, una ragazzina di 13 anni e due ragazzini di 12 e sei anni, ma non vuole assolutamente che vengano qui. Il suo futuro lo vede a Napoli dove ha «molti amici napoletani, molti di più di quelli pakistani». Studia italiano, lavora sodo e aspetta i documenti. Come migliaia di invisibili nella nostra città. «Spero che cambi la percezione che si ha dei pakistani nel mondo. Per molti siamo vicini ai terroristi eppure non esiste nessuna nazione occidentale che ha avuto le perdite tra i civili come noi. Sono 70mila le persone uccise in attacchi terroristici in Pakistan ma questo all'estero non arriva».

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