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Maradonapoli, Federici: "Ricordare Maradona mette tutti d'accordo"

In occasione del 30° anniversario del primo scudetto del Napoli, il primo maggio uscirà nelle sale cinematografiche il film evento "Maradonapoli", diretto da Alessio Maria Federici. L'intervista al regista

Era il 30 giugno 1984 quando Diego Armando Maradona entrò nella rosa degli azzurri, divenendo un’icona per i napoletani. Tre anni dopo, il 10 maggio del 1987, il Napoli vinse il suo primo scudetto: i vicoli e le piazze della città si tinsero di azzurro. Nacque con questa vittoria il legame di ferro tra i napoletani e Diego Armando Maradona. Un legame che dopo trent’anni è ancora unico e indissolubile. In occasione del 30° anniversario del primo scudetto del Napoli, il primo maggio uscirà nelle sale cinematografiche il film evento “Maradonapoli”, diretto da Alessio Maria Federici. Il regista racconta attraverso i volti e le parole dei napoletani il rapporto che la città ha intessuto in quei sette anni di permanenza a Napoli con El Pibe de Oro. Si parte proprio da quel 30 giugno 1984, quando Diego entrò nel cuore dei napoletani divenendo un mito per la città che lo ha consacrato come simbolo di riscatto e di vittoria. Ma oggi? Cosa è rimasto di lui nel cuore e nei ricordi dei napoletani, e nella loro amata città? Maradonapoli racconta proprio questo. 

Il regista ha raccontato a Napolitoday come è nata l'idea e come è stato affrontare questa eperienza da romano e romanista.

Come è nata l’idea di realizzare un film evento su “El Pibe de Oro”?

“Mi trovavo a Buenos Aires come aiutoregista per realizzare degli spot pubblicitari per l’estero quando Maradona lasciò il calcio e fece la partita di addio nella Bombonera. Lì provai la stessa sensazione che ho poi riprovato 20 anni dopo a Napoli ascoltando i racconti dei napoletani su Maradona per le riprese del documentario. L’idea comunque è nata grazie a tre ragazzi di Napoli (Roberto Volpe, Antonio Di Bonito e Ivan Sica) che insieme a una ragazza, Cecilia Gragnani, hanno buttato giù una serie di storie legate ai ricordi dei napoletani rispetto a Maradona e alla sua iconografia. Iconografia che è rappresentata in tutta Napoli quasi come se Maradona fosse un santo, partendo più dai murales che dalla teca contenente il suo capello. Questi ragazzi hanno raccontato l’idea al produttore con cui stavo lavorando al film “Terapia di coppia per amanti “ (tratto da un libro dello scrittore napoletano Diego De Silva), e, un po’ per gioco, un po’ per curiosità, un po’ perché io sono un malato di pallone, abbiamo deciso lavorare al progetto”.

Prima di realizzare questo film evento quanto conoscevi Napoli?

“La conoscevo poco. Ricordo che a Napoli feci la mia prima gita di terza media. Successivamente sono ritornato ma solo di passaggio. L’ho conosciuta soprattutto attraverso i lavori di chi fa il mio mestiere, cioè di chi mette la macchina in un punto, gira e se ne va in albergo. Fino a 10/15 anni fa si doveva cedere a delle logiche che erano molto vicine a quelle della malavita per potere girare a Napoli. Quindi, sì, avevo un’opinione legata a una città ricca di storia, ricca di cultura ma che non conoscevo realmente. Grazie a questa bellissima esperienza, invece, ho scoperto una città stupenda, una città in cui c’è un incrocio di culture diverse nella stessa società, ma al contempo anche una stratificazione sociale che mette quasi spavento. La cosa che mi ha impressionato di più, intervistando i napoletani, è come il ricordare Maradona metta tutti d’accordo”. 

Sei un romano e un romanista, cosa ti ha spinto a girare un film che racconta il rapporto tra i napoletani e Maradona?

“Io ho 41 anni, ho fatto il mio primo abbonamento allo stadio quando ne avevo 6, e da allora, nonostante abbia vissuto tanti anni all’estero, il motivo per cui tornavo in Italia era andare allo stadio. Ho un figlio di 9 anni e uno di 4. Il più grande è abbonato con me in curva già da 4 anni. Questa estate sono stato in Slovenia, e grazie alla grande pazienza della mia compagna, ho portato i bambini allo stadio della capitale per vedere il Derby contro il Maribor. Durante il primo weekend d’amore a Barcellona, ho portata la mia compagna a vedere la partita Barcellona-Girona. Finchè non avevo figli e finchè potevo, tutte le sante domeniche andavo allo stadio sia che stessi in casa sia che stessi fuori. Il mio più grande sogno è fare un film sul pallone. Non potevo lasciarmi scappare una possibilità del genere”.

Quindi sei un grande amante del calcio…

"Più che amante del calcio, sono amante di come il calcio tiene unite le persone. Ancora oggi se rivedo delle immagini di un certo tipo, come il gol di Totti al Genoa ad esempio, ma potrei fare infiniti esempi, mi viene il groppo in gola, mi viene il groppo in gola ricordarlo. Non avrei mai pensato di incontrare una città che vive in questo modo il ricordo di Maradona. Anche se parli di quegli anni con persone che del pallone non gliene frega più niente, queste persone si fermano e ti raccontano, partendo da Maradona, cose che gli riguardano personalmente. Maradona è entrato nell’animo di napoletani”.

Perchè, secondo te, El Pibe de Oro è divenuto una leggenda a Napoli?

“Probabilmente perché in quel periodo Napoli aveva bisogno di El Pibe de Oro. Per vari motivi, c’era stato il colera, c’era stato il terremoto, c’erano tutte le guerre sindacali a Pomigliano d’Arco. Le sue vittorie hanno rappresentato una rivincita per i napoletani regalando una risonanza a Napoli superiore a qualsiasi altra città”.

Maradona è quindi un po’ il simbolo del riscatto della città?

“Assolutamente sì, è l’alto comun denominatore. Qualsiasi intervista iniziassi, che fosse a un ricco collezionista o a un tassista o a un venditore ambulante, tutti quanti, queste persone avevano Maradona come comun denominatore è stato. Questo perché, come ho detto anche prima, ha aiutato la rivalsa sociale della città”.

Come è strutturato il film evento?

“Ero partito con milioni di idee, mai poi grazie al prezioso aiuto del mio montatore Cristian Lombardi, abbiamo deciso di non adottare alcuna struttura. E’ la prima volta che approccio alla dinamica del documentario. E questo nuovo approccio mi ha affascinato da morire perché ho scoperto di avere una libertà che con un film non ho. Quindi, come ti dicevo, il documentario in realtà non ha una struttura. Il documentario è come Napoli. Non ho voluto inserire né didascalie né dati, ho lasciato far parlare alle emozioni. Perché secondo me questa è una storia di emozioni. Il documentario è, in sostanza, quello che ho vissuto io in quei 14 giorni di riprese. E cioè una chiacchierata a tavola con i napoletani dall’antipasto al caffè. La struttura è venuta da loro, da quello che mi raccontavano. Abbiamo ripercorso delle grandi tematiche ovviamente: l’arrivo di Maradona, i primi due scudetti, ma poi fondamentalmente ci siamo resi conto che stavo vivendo in prima persona quello che per i napoletani è ‘Lo Cunto’, cioè il racconto per immagini di quello che loro avevano vissuto in prima persona, le loro emozioni”.

E’ stata una scelta non incontrare personalmente Maradona?

“Assolutamente sì. Non mi interessava conoscerlo personalmente, io lo volevo raccontare attraverso gli occhi e il cuore dei napoletani. A me interessava quello che la gente aveva da comunicare, quello che Maradona ha lasciato loro. Il documentario non è su Maradona, ma su come i napoletani vivono il suo ricordo. Se lo avessi incontrato sarebbe venuto fuori un altro film, sarebbe stato un film con più complessità. E, proprio per questa estrema libertà, ho dovuto fare i conti con l’ansia dei produttori che avevano paura che venisse fuori qualcosa di negativo. Ma ti posso assicurare che nel materiale che ho raccolto non c'è neanche un intevisato che abbia parlato male di Maradona”.

Le riprese quanto sono durate?

“Due settimane di sopralluoghi mi sono servite per incontrare persone e capire come e dove fare le riprese. Ho cercato di mantenere una qualità visiva molto alta, portandomi dietro una struttura più cinematografica che documentaristica. Le riprese sono durate 12 giorni in totale, anche se in realtà sono durate quasi il doppio perché abbiamo lavorato quasi 16/17 ore al giorno. Pensa che per un film si lavora dalle 8 alle 10 ore. Ma eravamo tutti molto presi da questo progetto. Non ci pesava lavorare tutte queste ore di seguito. Talmente che eravamo presi e affascianti dal lavoro, ci autoconvocavamo all’alba. Montavamo tutte le mattine la macchina da presa su un automobile di uno dei tre autori napoletani che poi ci accompagnava in giro per la città. Tantissime sono le albe e i tramonti che abbiamo girato in questa città stupenda”.

Cosa ti è rimasto di questa esperienza?

“E’ stata un’esperienza umana e di vita strepitosa. Sono cresciuto umanamente davvero tanto. Ma al di là dell’esperienza davvero affascinante, mi auguro di avere rispettato e rappresentato nel miglior modo possibile le emozioni di tutti i napoletani”.

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