Il caffè sospetto

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Ammutinamento azzurro, il trattamento del silenzio e la caduta degli eroi

Al di là di quelle che saranno le conseguenze sportive, l'incredibile caso che ha coinvolto in questi giorni il Napoli ha fatto già un primo sconfitto: il tifo

È snob pensare che il calcio non abbia valenza sociale, e benaltrista sottolineare che in questa città ci siano problemi più seri delle sorti dei suoi 'azzurri'. Non è soltanto sportiva, la brutta pagina che le ultime vicende del Napoli hanno scritto. La contestazione riservata ieri ai calciatori è la fine dell'identificarsi tra tifoseria e squadra, qualcosa di inimmaginabile soltanto pochi mesi fa. Un pugno allo stomaco che fa male ad un popolo trasversale, culturalmente, socialmente, anagraficamente.

Il Napoli è da tempo soprattutto Mertens, Insigne, Callejon, Koulibaly, Allan. Sono i principali artefici del sogno scudetto risalente soltanto a due anni fa, i nomi urlati dai ragazzini che giocano a pallone in strada nei quartieri più ricchi come in quelli più poveri, i nomi riconosciuti anche dai napoletani meno innamorati e più distanti dal club cittadino.

Adesso devono andar via, hanno deluso: sulla bocca di tutti le parole sono insubordinazione, ammutinamento, tradimento. La scelta dei calciatori di non tornare in ritiro è parsa troppo ad una tifoseria peraltro già in fibrillazione per prestazioni in campo non all'altezza delle aspettative. Sic transit gloria mundi, l'abbattimento degli idoli in una sola notte.

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Gli 'eroi' educano, sono un punto di riferimento. E i calciatori rivestono – inconsapevolmente, per lo più – un ruolo persino pedagogico. Un ragazzino potrebbe forse non aspirare a sollevare una coppa, ma a dedicarsi con abnegazione e sacrificio ad un obiettivo e ad una ricompensa, questo sì. Si può disobbedire ad un'autorità? Possono farlo dei professionisti, dei professionisti milionari? Il discorso è in realtà più complesso di quello che sembra.

I giocatori del Napoli – qualsiasi sia la giustificazione – è vero, potrebbero non esser stati esemplari.
Ma non lo è stato neanche il loro datore di lavoro, di recente spesso troppo sopra le righe nelle sue affermazioni pubbliche. Immaginate un'azienda, di lavorarci. Un vostro collega, un impiegato importante (è stato impiegato Campione del Mondo 2010) va in pensione e viene apostrofato dal titolare come “lo spagnolo”, senza nome, “che va via e ci fa solo un favore”. Oppure due dei colleghi più bravi degli ultimi anni, decisi a trasferirsi all'estero per guadagnare di più, diventano per bocca del 'capo' dei “marchettari” che preferiscono “lavorare per soldi” e “andare a vivere due tre anni di merda”. Stareste bene? Di nuovo: si può disobbedire ad un'autorità?
Il punto è che non è vero il 'padrone' possa tutto, ed è molto pericoloso – fuor di metafora – immaginare che le cifre elargite ai giocatori acquistino, insieme alle loro prestazioni, anche la loro dignità.

Hanno fatto bene quindi i calciatori a disertare il ritiro di Castel Volturno? Non possiamo saperlo. Non possiamo dare per certe le ricostruzioni Ssc Napoli-embedded di alcuni giornalisti, non possiamo basarci sui più o meno fantasiosi messaggi audio WhatsApp cui si affidano senza troppo scrupolo altri. E non possiamo chiederlo ai giocatori stessi, perché per decisione del club è calata la fredda notte del silenzio stampa. Inutile, deleterio silenzio stampa, contro il quale sarebbe anche auspicabile qualcuno facesse le sue rimostranze. Ma silenzio per silenzio, sta zitta anche la stampa.

Intanto, al di là delle conseguenze sportive che tutta questa vicenda potrà generare, il primo sconfitto c'è già. È il tifo, la passione, la voglia di identificarsi con degli esempi positivi di quei ragazzini che, tirando calci ad un pallone, da ieri si sentono un po' meno Mertens, un po' meno Insigne, Callejon, Koulibaly, Allan.

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