I media e Napoli

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Quando Ermanno Rea disse: "L'unità d'Italia è l'origine dei problemi di Napoli"

Lo scrittore, in un'intervista del 2012, sottolineò anche come fosse "auspicabile una traversata in solitario di Napoli e del Sud, piuttosto che prolungare quest'agonia di unità"

Ermanno Rea

Ermanno Rea, scomparso oggi all'età di 89 anni, lasciò Napoli nel 1957. Da giornalista qual era ha però sempre seguito da vicino la sua città natale, rendendola protagonista dei suoi libri.

In un'intervista rilasciata a Roberto Anselmi ed Emiliano Dario Esposito (NapoliToday) per Tempo Presente, Rea raccontò di quanto la sua distanza non avesse mai fatto diminuire il suo interesse per le dinamiche della città. "Napoli è una città che marchia i propri figli in maniera forte e profonda – spiegò lo scrittore – Io la chiamo 'un'etnia pesante', un'etnia che uno si porta dietro. Ricordo di amici miei carissimi, napoletani, emigrati a loro volta, con i quali ci incontravamo e parlavamo di Napoli. Un logorante sviscerare i temi della condizione napoletana".

"Si discuteva – proseguì lo scrittore a Tempo Presente – della difficoltà, incapacità, impossibilità per questa città di accedere alla modernità. Il tema di fondo era: perché Napoli non riesce, pur essendo una delle più significative metropoli italiane di tipo europeo, a realizzare quella che è la sua aspirazione di fondo, e cioè a diventare una città moderna a diventare una città con una sua macchina produttiva efficiente, una sua capacità autonoma di produrre lavoro, ricchezza?".

"E il nocciolo di questi problemi era l'unità d'Italia, anzi il fatto che l'Italia non si fosse davvero mai unificata. Napoli si presenta, oggi, piena di problemi – proseguiva Rea nel 2012 – Ma a ben vedere un secolo e mezzo fa non era così, era piena di risorse e con un'importante struttura produttiva. L'unità d'Italia poi si svolse parallelamente su due binari: lo sviluppo industriale al Nord e l'espatrio dal Sud. Un'emigrazione di manodopera e di intelligenze".

"L'unità d'Italia non si è realizzata nei fatti – specificò ancora lo scrittore – e questo era già evidente nel processo risorgimentale, un evento elitario in cui le masse contadine del Sud non furono mai coinvolte. Si tratta, nel caso dell'Italia, di una frattura che a me pare insanabile. Dirò di più. Forse, ad un certo punto, sarebbe giusto il Mezzogiorno ed in particolare Napoli trovassero la forza di risalire la china per conto proprio. Una traversata in solitario, piuttosto che prolungare quest'agonia di unità. Potrebbe essere addirittura auspicabile. Lo dico con la rabbia delle tante speranze sconfitte, e come un ammonimento: il Mezzogiorno dovrebbe essere capace di mobilitarsi".

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